La trasgressione di Pesaro
“E’ l’odore della sabbia, prima di tutto. ‘odore fragrante della sabbia bionda e finissima tostata dal sole, dai raggi che si rifrangono nei minuscoli prismi luccicanti dei granelli trasparenti. Chi l’ha detto che la sabbia non ha odore? Ce l’ha, e si mescola a quello della crema solare, del cocco bello, della pizza bianca (troppo) croccante che si trova solo lì, della piadina un po’ spessa e fragrante e calda che sta a quella gommosa di Milano come “ti amo” a “egregio signore”, della crema dentro i bomboloni – che, per chi non è mai stato dalle mie parti, non sono i krapfen, ma quelli, molto più buoni, che da Riccione in su chiamano cannoli fritti.
E poi è la consistenza della sabbia sotto la testa, quando sceglievi di sgarrare (varianti regionali bigiare, fare forca, fare lippa, fare fughino, fare filone, marinare) e arrivati da Urbino e ti stendevi, con il telo di spugna trafugato a casa di nascosto, vicino al bagnasciuga, e facevi arrabbiare il bagnino perché andavi a scrocco, e sentivi i granelli “scricchiolare” sotto la nuca.
Lo so che sono meglio gli scogli e l’acqua cristallina: teneteveli pure. Per me il mare è Pesaro.”
Luca Dini, in “Vanity Fair” n. 26, 7 luglio 2010
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