Visita a Treia di Dario Zanasi (1961)

Dario Zanasi, bolognese, scomparso nel 1967, fu per vent’anni giornalista de Il Resto del Carlino. Noti sono i suoi articoli sulla gastronomia regionale e i ritratti, vivaci e coloriti, di molte città italiane.

Treia“Il Potenza, che è il fiume leopardiano de La quiete dopo la tempesta, a Passo di Treia trova un varco tra una ruga collinosa che vorrebbe arrestarne la corsa al mare. Dopo un breve tratto di strada – se provenite da Macerata – dovrete voltare a sinistra e cominciare lentamente a salire. Lo spirito del silenzio accompagna il vostro viaggio turistico alla volta di Treia, posta sul cocuzzolo di un colle alto trecentoquaranta metri; e di solito è un silenzio così alto (oggi il cielo, ad esempio, è ritornato bello) che se vi arrestate sotto una quercia o un gelso potrete udire persino il gemito della tortora in una macchia lontana, oppure il battito del picchio affamato di vermi e di formiche sulla scorza dell’albero.
Scusatemi. Qualora non abbiate fretta vi sconsiglio, di usufruire, dopo pochi chilometri, della scorciatoia che evita una più lunga e rotonda salita fino alle mura della città. Sarebbe un errore. Treia infatti va scoperta con metodo, con cautela, quasi vorrei dire con pudore. Treia è un cerchio di case abbastanza antiche che va possibilmente osservato con l’aiuto delle luci sommesse e non col bagliore che fa socchiudere gli occhi e offende il paesaggio. Giunti a questo punto, col vostro permesso, la salita la continuo da solo, anche per non correre il rischio di essere intimidito e distratto. Proseguo dunque la mia panoramica ascesa a larghi gironi attorno al colle, fino alle radici delle prime case. I quartieri di Treia, addossati con sapiente prospettiva l’uno all’altro, hanno il colore delle foglie secche. Sono quinte di cartone che attendono il tenore, la primadonna vestita di raso azzurro come Eleonora, i cori di un’opera da recitarsi all’aperto con largo impiego di voci bianche e di bassi.
Piazza della Repubblica – il luogo più alto – è il palcoscenico e il balcone di questa armoniosa cittadina romana e papale. Ecco il municipio, la cattedrale, l’Accademia Georgica, il busto di Pio VI, la leggiadra fontana di bardiglio, cioè di un marmo bluastro uniforme, eretta per festeggiare l’arrivo delle freschissime acque di Papacqua e Fontelci. Una balconata lascia scoperta la piazza a levante permettendo un panorama vasto e incantevole di colli brulicanti di città e di paesi: Fermo, Corridonia, Macerata, Potenza Picena, Montelupone, Recanati, Montecassiano, il Cònero, Castelfidardo, Montefano, Camerano, Osimo, Filottrano. Di giorno, quando l’aria è trasparente, vicino al baluardo del Cònero si scorge anche una tenuissima striscia di mare. Di notte i paesi fiammeggiano come fascine accese, come bracieri, sembrano pugni di stelle cadute sugli uliveti. (…)La facciata dell’Accademia Georgica, disegnata con gusto neoclassico da Giuseppe Valadier, aggiunge nobiltà alla piazza che nel 1740 fu fatta abbassare dal cardinale Nicolò Grimaldi affinché il suo cocchio potesse più agevolmente raggiungere la cattedrale. (La piazza della Repubblica appare infatti moderatamente incassata tra i dignitosi edifici che la attorniano, e ciò serve ad accrescere il senso di salone privato che offre al visitatore il punto più elevato della città). (…)Il pomeriggio attenua intanto le sue luci filtrando l’atmosfera degli orizzonti. Da una finestra che guarda a ponente l’amico Leonori mi indica un’altra folla di paesi, le nuvole montuose dei Sibillini, il digradare e l’ascendere dei colli. Scorgo la rocca di Petino, scorgo Cingoli, a settecento metri d’altezza e perciò chiamata il balcone delle Marche.Peti bruttu se vede da per tuttu, dicono i maceratesi. E della seconda località: Cingoli sta su in alto e ce fa friu – se campa per miraculu de Diu.
Usciamo dall’Accademia. Andiamo a dissetarci nel “grottino” di Bartolacci detto lu moru, che è una strana osteria a forma di budello, ricavata da un seminterrato dell’edificio del Valadier. L’ultima finestra, presso cui ci sediamo, si apre tuttavia sullo strapiombo dove è il campo di gioco del pallone col bracciale, e quindi sul fulgore dei colli che arrivano fino al mare.Il vino bianco sa insieme di verdicchio e d’orvieto. (…) Ogni tanto suona una campanella posta sulla finestra, mossa da una corda che giunge fino al campo del pallone. Il segnale che i giocatori hanno sete e allora la moglie de lu moru si accosta alla botte, riempie un boccale e lo depone in un cestello che vien calato in basso, mediante una carrucola, ai sitibondi atleti che vogliono continuare le gesta di Carlo Didimi.Il maestro Leonori mi narra di quella volta che venne Beniamino Gigli a cantare nella piazza di Treia, attratto dalla sua simpatia per il gioco del pallone col bracciale. Era l’anno 1927. Gigli era quasi al culmine della sua gloria canora. (…) Il tenore, insomma dormì poco, e alle quattro – dovendo recarsi a caccia con alcuni amici – era già seduto sui gradini della cattedrale, accanto al suo bravo fucile.
Gli amici tardavano. E anche l’alba, ormai pigra alla fine d’agosto, stentava ad annunciarsi all’orizzonte. Allora Beniamino Gigli, onde ingannare quell’attesa, a gran voce cominciò a cantare le sue romanze.Tutte le finestre si aprirono come nel Paese dei Campanelli. La tenera atmosfera dell’aurora si riempì di applausi. Uomini e donne, presi dall’entusiasmo, vollero scendere in istrada, vestiti alla bell’e meglio, raffazzonati, ciabattanti, ma tutti presi da una corale allegrezza sebbene avessero ancora gli occhi ingrommati dal sonno”.
Dario Zanasi

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Questo articolo è stato pubblicato domenica, febbraio 27th, 2011 alle 12:39 all'interno della categoria Macerata provincia, NELLE MARCHE. Rimani aggiornato! RSS 2.0 feed. Both comments and pings are currently closed.

 
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